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Faletti e il mistero del mestiere chiamato vita

L’affannoso mestiere del vivere in versi memorabili di un comico triste: Giorgio Faletti.

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La saggezza delicata e profonda di Faletti fa riflettere.
L’assurdo mestiere è un innno alla vita co le sue pulsioni, i sentimenti e i dolori.
Come dei mestieranti ogni giorno cstruiamo la vita caricandocela sul groppone.
E poi c’è la meraviglia di un bambino nello scoprire anche le cose più scontate che sono un miracolo se solo si pensa al loro perenne divenire.
Il premio finale è che la morte ci trovi vivi.

“Ci metterò la mani e un genio da inventore
Ci metterò un dolore che so io
Ci metterò l’asfalto e il sogno di un attore
Che appoggia il manoscritto sul leggio
E tirerò il cemento come un muratore sa non è possibile
E tesserò una tela che sarà una vela grande e irrestringibile
E tergerò la fronte con la mano aperta per il gran sudore
E accorderò strumenti con il tocco esperto che ha un suonatore
Mi metterò seduto li a impagliare sedie per sedermi insieme
Mi stupirò di non averlo fatto mai e di averlo fatto bene
Perché c’è sangue, c’è fatica, c’è la vita
Anche se a volte ci si spezza il cuore
In questa assurda specie di mestiere
Benedetto tu sia per quel ciuffo di pelo nero
Che se l’hai fatto tu non è cosa brutta davvero
E per le storie eterne dei cartoni animati
Per quei pazzi o quei saggi che li han disegnati
E per quel che si mangia si respira e si beve
Per il disegno allegro della pipì sulla neve
E per le cose tonde e per le cose quadre
Per le carezze di mio padre e di mia madre
Per il futuro da leggere invano girando i tarocchi
Per le linee della mano diventate rughe sotto gli occhi
Perché tutto è sbagliato ed è così perfetto
Per ciò che vinco e ciò che perdo se scommetto
Tu sia benedetto
Benedetto tu sia
Per avermi fatto e messo al mondo
E per quel che ho detto prima ti perdono
Di non avermi fatto alto e biondo
Ma così stupido e così vero
Con l’eterna paura dell’uomo nero
E del viso bianco come calce
Di quella sua signora con la falce
Che come tutti prima o poi mi aspetto
E per cui altri ti han benedetto
Ma io no
Mi dispiace ma sono solo un uomo e non ne son capace
Ma c’è una cosa che ti chiedo ed è un favore
In cambio del bisogno del dottore
Mentre decidi ogni premio e ogni castigo
Mentre decidi se son buono o son cattivo
Fa che la morte mi trovi vivo
E se questo avverrà io ti prometto
Che mille e mille volte ti avrò benedetto
E se per caso non ci sei come non detto
E avrò davanti agli occhi la mia mano aperta per il troppo sole
E andrò verso la notte con il passo calmo del seminatore
Aspetterò seduto lì per dare un nome all’ombra di qualcuno
Che per un poco sembrerà sia tutti e non sarà nessuno
Perché c’è sangue, c’è fatica, c’è la vita
Anche se a volte ci si spezza il cuore
In questa assurda specie di mestiere
Che è l’amore.”

 

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De Andrè un pittore della musica italiana

De Andrè dipinge Genova nelle sue canzoni, intingendo il pennello del lessico italiano nei postriboli della città vecchia.

Ci sono artisti che puoi porre in discussione, trovandone punti deboli o difetti per cui puoi non condividere la loro arte,
poi ci sono gli Artisti che trasudano l’estro e anche se non li apprezzi non puoi far altro che ammetterne il genio.
Uno di questi è Fabrizio De Andrè, che e’ stato un poeta prima di essere cantautore.
Un pittore di parole che creava con i versi affreschi di bettole e postriboli: come nella canzone “La città vecchia”.
“Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi
ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi,
una bimba canta la canzone antica della donnaccia
quello che ancor non sai tu lo imparerai solo qui tra le mie braccia. ”

Un’aulica descrizione del buio degrado che si respira nei vicoli dei quartieri malfamati dove si pasteggiano vino, puttane e bestemmie.
“Una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino
quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino
li troverai là, col tempo che fa, estate e inverno
a stratracannare a stramaledire le donne, il tempo ed il governo.”
Un dipinto a tinte chiare, te lo figuri nella mente guidato dala dolce melodie che tradisce l’acre significato delle parole.
“Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone
forse quella che sola ti può dare una lezione
quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie.
Quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie.

Tu la cercherai, tu la invocherai più di una notte
ti alzerai disfatto rimandando tutto al ventisette.”

E così giunge al termine l’apologia delle debolezze umane.

 

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Poesia… di un poeta sublime.Riccardo Cocciante

La canzone di Cocciante è una poesia di un poeta ecelso che spiega la maieutica dei sentimenti.

Annotate su diari segreti del cuore di ognuno, poesie fatte di

sentimenti venali.
Sono dolci zuccherini per il cuore, amari frutti della vita, difficili da

digerire, restano rapprese nella pancia.
“Poesia poesia
sembra che non ci sia
poi ti prende la mano
e ti porta lontano
con lui”
Così comincia Cocciante la sua “opera d’arte”.
La poesia risiede in noi, fra le pieghe dell’anima e le rughe del

volto, nel crescere e scoprirsi cambiati guardandosi allo specchio.
“e non sei più bambina
non sorridi per niente
scopri di essere donna
e tutto questo è
poesia.”

Non tira indietro la mano, COcciante, quando in un’armonia

complessa che si ripete confeziona strofe d’estrema bellezza.
Le poesie comunicano in versi ciò che in fondo a noi stessi è

insito ma non riesce a venir fuori.
“poi ti svegli una notte
e vorresti parlare
con lui.
Ti dovresti spiegare
e non sai cosa dire
che è finito l’amore
ma in fondo anche questo
è poesia.”
Tutto nasce e procede dai sentimenti, amore e odio sono i due tronconi che ci portano a vivere: la vita stessa è una poesia.

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Morgan e amici: è divorzio

Litigi continui e un’infantile presunzione portano MOrgan dritto fuori da amici.

Il becero qualunquismo in cui i talent stanno facendo cadere la musica italiana non ha precedenti.
Ciò non giustifica la spocchiosa professionalità sventolata da Morgan, cantautore di nicchia, sconosciuto ai più.
Forse ha ragione la De Filippi a definire qeusta situazione  un suo fallimento, dato che la divergenza di stili c’è e non è negabile.
Il litigio è avvenuto nel corso ella registrazione della trasmissione che andrà in onda sabato prossimo: Morgan indispettito dal pubblico in sala ha lasciato lo studio.

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Arisa: ho perso il mio amore ma non il bel canto

Ben tornata musica italiana, celebrata da Arisa che esalta la duttilità vocale in “ho perso il mio amore”.

Arisa si muove con leggera eleganza su una musica di spessore,

cantando di un amore perduto.
Il sentimento cessa di esistere e la ricerca è spasmodica, ma

ormai ne resta solo la consapevolezza che qualcosa è cambiato.
Il brano è scritto da Cheope, Federica Abbate e Giuseppe

Anastasi.
La canzone fa parte della colonna sonora del film “La verità, vi

spiego” di Max Croci.
Sono lontani ma non distanti i tempi di “sincerità”, anche se meno

sbarazzino lo stile è quello della canzone italiana!
Ormai va di moda la contaminazione con gli stili stranieri e la

canzone italiana va pian piano morendo inesorabilmente.
La cura dei talent giova negativamente ad un ambiente, ormai

globalizzato, dove, invece, di esportare uno stile invidiato in tutto il

mondo, ci si lascia affascinare da altri generi.
Arisa rinuncia a tutto ciò e con la voce pulita che si ritrova dipinge

geometrie armoniche che ci rassicurano che non tutto è perduto.

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Tutti scienziati o leoni da tastiera?

La realtà dei social passata dal filtro del rap, restituita fedelmente nelle rime di Clementino.

Tutti scienziati parte dall’attegiamento saccente di una diffusa categoria di persone che, sui social, millantano di essere i detentori della verità.
“Tutt’ scienziat’
E che filosofi e profeti
Eeeh scienziat’
So dieci like e tre commmenti.”
Testo profondo che parla di disagio giovanile, ma anche di mode e malvezzi che hanno gettato nel water la pudicizia.
“Di questi tempi dove tutto è più disordinato
Amanti che fanno punture killer ai parenti.”
Una fotografia apocalittica della socetà che restituisce un volto disarmante di una moralità compromessa da valori calpestati.
“Genitori più depressi
Motorini manomessi
Pazzi nelle strade per i vari eccessi
Mentre aspetti che passano gli anni
Quanti nascosti dietro i grammi che fanno danni
Chi prende il volo e il gasolio non c’è
Ma comm’ hai fatt’ a scurda
Fra chill’ è nat’ espert'”
Un uso autoriale del rap che si impreziosisce nelle mani di Clementino che non gioca esclusivamente con le rime, ma le posa in un contesto.
“Noi nun vulimm’ capì
Spingo REC
Scrivo Rap
Flow dritto dal Vico Mens
Lounge e Jazz
Piglio ‘o test’
Sparo e paro ‘o figlio ‘e Tex
Dance, colpi come Shiro Ken
Viso rest’
Le mie rime qui messe nelle bustine tipo bags.”

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Rullo di tamburi e colpi di grancassa scandisconoil ritmo lento e compassato della settimana santa in Puglia

Il clima scuro della settimana santa riecheggia in armonie tristi di marce funebri d’autore.

La settimana santa per i pugliesi è un segno distintivo, un marchio  a fuoco nell’esistenza terrena, che li vede piccoli spettatori, attori adulti e anziani osservatori dispensatori di saggi consigli.
Il punto culminante delle celebrazioni pasquali pugliesi sono le processioni dei “misteri”: grupppi scultorei  linei o in cartapesta, che ripercorrono le tappe della via crucis del cristo giustiziato.
Così molti musicisti si sono ispirati al triste epilogo  del processo a Gesù Cristo regalandoci marce funebri e requiem unici nel loro genere:
i maestri Valente, Inglese, Traetta, Amenduni sono autori prolifici di veri e propri capolavori.
Questi pezzi dal titolo “La sconsolata”, “Jone”, “La maledetta”,  “Conzasiegge”, “U Varcheceddàre”, “Lo sventurato”, e tanti altri sono assai noti agli estimatori che si spostano da un paese all’altro quando gli eventi non coincidono.
Inoltre, a Ruvo, Molfetta, Giovinazzo vengono organizzati, in chiese ed auditorium, concerti di marce funebri dove gli appassionati accorrono in gran numero.
Ma il periodo pasquale è un tripudio di arte lo dimostrano le rappresentazioni teatrali della passione, come quella di Palese ormai rodata da circa 17 anni e quella della città di Bari.

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Alessandra Amoroso si sposa: e’ “Amore puro”

Fiori d’arancio salentini per quest’estate: Alessandra e Stefano sposi a Lecce.

La ragazza di amici ha trovato l’amore, non è il testo di una canzone, ma ciò che si vocifera insistentemente sulla rete e sulla carta patinata.
Il lieto evento dovrebbe essere previsto per quest’estate.
Alessandra Amoroso avrebbe trovato l'”amore puro”: si tratta del 40 enne  Stefano Settepani responsabile musicale del fortunato talent “Amici”.
Dopo essersi buttata alle spalle la precedente storia con un ragazzo della sua città, la salentina ha iniziato un nuovo rapporto solido che la sta facendo crescere.
Stefano le è stato vicino nel momento difficile dell’intervento alla gola a cui si è sottoposta.
Ed ora non resta che aspettare il sole d’estate che colora le coste pugliesi rendendole paesaggio unico per un evento nuziale.
Ormai il tacco d’Italia è meta ambita per matrimonio da mille e una notte.
Ma Alessandra parla di matrimonio semplice ma affollato: sarano circa 500 gli invitati che prenderanno parte alle nozze.

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Litfiba “impegnati” in Maria coraggio

Dedicato a Lea e Denise Garofalo, Maria coraggio il nuovo singolo dei litfiba.

Maria coraggio combatte una guerra nelle trincee della socetà

che dietro i grandi passi del progresso nasconde l’arretratezza di

luoghi comuni medioevali.
Maria rompe la gabbia dell’indifferenza, gratta con unghie più forti

le violenze perpretrate per l’unica sete di sopraffazione.
Tornano a suonare a vecchio modo le chitarre di Ghigo Renzulli.

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Cosa resterà di questi anni ottanta: una domenica italiana con la schedina fra le dita che può cambiare la tua vita

Cosa resterà di questi anni ottanta? Chi la scattò la fotografia, che ci giunge stropicciata, di un periodo di bella musica?

Erano “buone domeniche” quelle degli anni 80, quando per restare soli bastava dare un calcio alla tv e si poteva dire “tu, sei l’unica donna per me”.
La storia la raccontano le canzoni e così spulciando nelle hit di quegli anni sono molte le notizie  che ci giugnono: facevano capolino i primi dischi dance e la musica straniera iniziava a popolare le classifiche italiane. Ma, comunque, persistevano grandi pezzi destinati a diventare ever green come Gloria di Umberto Tozzi.
De Gregori cantava viva l’Italia testimoniando che il seme dell’amore nazionale continuava a germogliare nei cantautori.
Nel frattempo si facevano spazio prepotentemente gli interpreti della nuova musica leggera italiana e in quegli anni iniziano a rindondare i nomi di Nannini, Ramazzotti, Mango, Michele Zarrillo, Fiorella Mannoia.
E’ il periodo della bella musica, insomma: scapigliata, impegnata, disinteressata, colonna sonora delle gite fuori porta a bordo di improbabbili renault 5, fiat 127 o j10.
Cominciavano i programmi in seconda serata, e Arbore scriveva “Vengo dopo il tg”.
Il tredici al totocalcio era ancora un sogno da inseguire e Cutugno scriveva “La schedina fra le dita può cambiare la tua vita”.

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Barbara Gilbo: “che ne sai di me!

Barbara Gilbo mette giù la maschera da pulcinella con la sottana e si racconta in una canzone.

Ci sono canzoni che emozionano anche al decimo ascolto, un’alchimia giusta nella composizione?
Certamente se la musica e il testo sono piacevoli le vibrazioni giungono senza alcuna contaminazione, ma in alcuni casi c’è un quid che  tocca nei posti più intimi.
E’ questo il caso di “Che ne sai di me” di Barbara Gilbo.
La starlette ex non è la Rai “si mette a nudo” in un brano, senza veli all’anima racconta la verità delle sofferenze di chi fa spettacolo.
“Lascerò per te

questa maschera di lacrime e coriandoli

ma che ne sai di me (…)
Un pulcinella con la sottana

mezza maschera napoletana…femmena

falce di luna dentro il tuo pozzo,

prigioniera costretta sempre

a splendere…che ne sai di me.”
Ogni volta è un colpo allo stomaco: forse per il ricordo delle notti su un set o per le narici piene della polvere del palcoscenico.

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E’ il primo giorno di primavera

Il primo giorno di primavera finisce un amore

La freschezza della primavera stride col dolore di una perdita, questa è la geniale trovata di Rapetti (Mogol), MInnelono, Lavezzi: e i dik dik la trasformano in un successo.
I tre autori scrivono il testo sulla musica di “A whiter shade of pale” dei “procol harum”.
Un testo moderno che non si avvale di termini aulici, ma pone nello scenario del primo giorno di primavera la fine di un amore.

E’ quasi giorno ormai
e non ho tra le braccia
che il ricordo di te
ma è tardi
devo correre
non c’è tempo per piangere.

Salgo sopra un autobus
mentre guardo la gente
mi domando perché
mi sembrano
tante nuvole
che nascondono te.

E’ il primo giorno di primavera
ma per me
è solo il giorno
che ho perso te.

Qui in mezzo al traffico
c’è un pezzetto di verde
ed io mi chiedo perché
mentre nasce
una primula
sto morendo per te.

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Maldestro: il 24 marzo il nuovo album

Maldestro al secolo Antonio Prestieri, per anni attore, quest’anno al festival ed ora con un album in uscita.

Ho fatto un giro su youtube e, oltre, a giudizi agli antipodi, qualcuno cerca di speculare sulla sua vita privata.
Forse occorre cercare le produzioni prima di Sanremo e allora guardando negli stessi suggerimenti di youtube troviamo canzoni con retrugusto di un Cappossela meno ubriaco: ed è “dannato amore”.+
Wow, nella lista compare magicamente una collaborazione con Peppe Barra, allora ti poni ad un ascolto diverso.
Il menestrello recita alcuni versi, poi attacca la chitarra e Maldestro fa il resto in una ballata struggente.
Qualcuno lo paragona a De Andrè.
Infatti, è un mago delle parole che tira fuori dal cilindro canzoni autoriali.
Mentre gli altri continuano a far notizia sul padre che è boss e su altre fregnacce noi attendiamo l’album in uscita il 24 marzo.

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Una notte per innamorarmi del funk

In un concerto fui rapito dai Dirotta su Cuba, trasportato dalla verve del funk italiano.

Quell’anno Bari brillava di luce propria, era il 1997.
La città era divenuta culla delle cultrue e dello sport per via dei

giochi del mediterraneo.
In concomitanza nel quartiere fieristico impazzava festa d’estate.
Ero stato coinvolto dall’amico Piero Pantaleo in un’esposizione

pittorica in fiera del levante, dove mi occupavo di fonica e di

piccoli accompagnamenti musicali.
Ero adolescente e approfittai dell’occasione per ascoltare decine

di concerti ed esibizioni nel padiglione centrale e sui palchi

minori.
Dapprima era la caccia all’autografo, poi divenne una fantastica

esperienza di conoscenze/amicizie.
Appena la sera si affacciava sulla fiera la smania mi rapiva ed ero

sotto il palco principale.
Quel giorno erano di scena i dirotta su cuba: li conoscevo per

alcuni tormentoni estivi.
Fui trasportato subito dal groove e dallo shake del funk.
Non ero abituato a quelle sonorità, sino ad allora mi ero nutrito di

commerciale italiano e dance.
A 16 anni maturai musicalmente in un concerto.
Il basso imperversava e i fiati fendevano l’aria con i loro riff,

facendomi assaporare un genere poco eseguito in Italia tranne

che da Pino D’Angiò.
Il vocabolo funk per gli afroamericani letteralmente significa

olezzo, ma per me era odore di libertà: del corpo, d’espressione e

di inibizioni.
In alcuni pezzi il funk e la disco con influenze jazz davano vita alle

prime esperienze di acid jazz italiano, io non lo potevo sapere…
Quando l’ultimo colpo di rullante chiuse la serata, mi nacque la

curiosità di conoscere i Dirotta Su cuba.
Non fu difficile, riuscimmo ad accedere nel retropalco e così

Simona, Rossano e Stefano furono ben felici di scambiare due

chiacchiere.

Con Rossano si parlava di tastiere, campionatori e sintetizzatori che lui

conosceva “molto meglio di me, Stefano mi regalò il pletro

del suo basso e Simona mi trasmise quell’energia della musica

che ti accende i sensi.
Mi innamorai di un’atmosfera, di un genere o, più semplicemente

rafforzai quel legame viscerale con la musica.
Notte che non dimenticherò mai, le melodie mi continuavano a

girare nella testa e, intanto, facevo la conta dei risparmi per

l'”acquisto” del cd. Quando internet era ancora agli albori la

musica aveva un suo prezzo ed il piacere di gustarla in un ascolto

voluttuoso era quasi un rito, dapprima si impostava il lettore per

scorrere i brani 10 secondi a traccia e poi accomodati in poltrona

si procedeva con il play tutto d’un fiato.
“E’ andata così” album del 1997 era nelle mie mani.
“Dove sei e con chi sarai,
dimmi chi ti stringerà fino a farti male”.
Dove sei mi colpì al primo ascolto, qualche anno dopo avrei

scoperto che il brano era già contenuto nel primo album del 1994

dal titolo “dirotta su cuba”.
Oggi che riascolto i brani per ricordare e raccontarvi quegli spensierati momenti, mi rendo conto che i “dirotta su cuba” rimangono ancora oggi originali: nessuno è riuscito a emularli.

 

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Peppino Di Capri: l’umanità di un artista

Dietro l’immagine di un artista costruita per la scena c’è un uomo.

Era il 1999, l’estate riscaldava il lungomare di Bari.
Ero un diciottenne con il sogno dello spettacolo.
Quella sera in città c’era Peppino Di Capri e, insieme al mio

Mentore Vito Giuss Potenza (in quel momento inviato per CHi c’e’

c’e’ su rete4), decidemmo di andarlo a sentire.
Peppino non si smentì, un bel concerto avvalorato dai suoi pezzi

storici.
Terminata la manifestazione avrei voluto intervistarlo.
Vito Giuss intercesse per me e il manager accettò.
Ero dotato di quei vecchi registratori a cassetta e prima di entrare

nella sede della Polizia Municipale, per l’intervista, provavo e

riprovavo il microfono.

Il cuore mi batteva ma la gentilezza del cantante mi mise a mio agio.
Fu per caso che gli chiesi di commentare la notizia di quel giorno: era morto Corrado Mantoni; Di Capri non lo aveva ancora appreso, non parlò per diversi secondi e lì l’artista cedette il passo all’uomo.
Non avrei voluto sciacallare, si sarà trattato di ingenuità, ma la compostezza di quel cantante mi dimostrò il suo grande spessore umano.
Farfugliò delle frasi di circostanza, ma dietro le parole si udiva un dolore vero.

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Gianni Ciardo è un cantautore… non lo sapevate? Ora lo sapete!

Gianni Ciardo cantautore di ottima fattura.

La sua faccia è una scena che non ha bisogno di scenografie dietro alla quale si nasconde un artista a tutto tondo.
Gianni Ciardo, oltre a a far ridere più generazioni, è un musicista raffinato con sfumature cantautoriali tanto da accostarlo a Gaber e Iannacci.
“Prendimi con rispetto,
prendimi anche nel letto, (….)
La musa ispiratrice è bari: amata e odiata, ma considerata realtà da celebrare.
Ed il brano Baribbà ne è la dimostrazione,
“Vivevo nelle strade coi parenti
le strade ancora senza pavimenti,
ed io vivevo così
L’aria che pizzicava i sentimenti,
il pane rimaneva inmezzo ai denti. (…)
La pioggia si inventava un suo canale,
sino ad arrivare alla cattedrale(…)”
Una ballata notevole, immensa, che strizza il cuore sino a tirar fuori una lacrima.

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“Ora esisti solo tu”, originale nella sua semplicità

Ho atteso molto prima di scrivere qualcosa su “ora esisti solo tu” di Bianca Atzei, la canzone mi piaceva ma volevo coglierne il più profondo significato che risiede nella sua semplicità.

La canzone di Bianca Atzei è un inno all’amore che diviene un passpartù per la serenità.
Amare non deve significare soffrire altrimenti non si concretizza il benessere che scaturisce dal piacere di trovare la sintonia con un’altra persona.
“Ma ti rendi conto amore che da quando stiamo insieme non esiste più una nuvola”
E’ difficile cantare l’amore e non divenire scontati, invece, Francesco SIlvestre ha centrato l’obbiettivo  e se vogliamo, ha trattato nel sottotesto argomenti attualissimi.
Amare non significa sottomettersi o, peggio, addomesticare i propri sentimenti ai voleri altrui: innamorarsi è uno stato d’animo, una condizione dalla quale si evolvono emozioni disparate.
“Che gran voglia di partire, che gran voglia di ballare, fino a notte profondissima
E sarà che se sto bene è perché non penso più
A chi mi ha fatto soffrire voglio solo cancellare, ora esisti solo tu”
E poi ci sarà chi sarà pronto a giudicare quello stato di pace dandone una propria definizione: ma quando si crede in qualcosa si corre fino in fondo.
“Sarò stupida e testarda, illusa, fragile ma onesta
E dico senza vergognarmi, che questa volta è quella giusta
Amore prendimi per mano, voglio correre veloce, come due pazzi verso il sole
Voglio soltanto dirti tutto quello che mi passa per la mente
E poi, voglio fregarmene di tutto ciò che poi, che poi dirà la gente.”
Questo brano addolcisce le corde graffianti della Atzei in una melodia che non cerca strani giochi di armonie blues, non pretende di scimmiottare le voci black di Adele o chissà quale altra popstar.
Un brano originale nella sua semplicità.

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Clementino e Pino Daniele due facce della stessa medaglia: la musica

Clementino dedica un pezzo a Pino Daniele: come lui innamorato della musica

Il rap non è solo denuncia: e’ anche un canale per rappresentare, con la rima, delle emozioni.
“Io dubbi più non ho, frà che Dio ti benedica, che male c’è se adesso sta canzone è la mia amica
un deserto di parole non calpesto i fiori, vuless ess’ allèr cu spiniell qua fuori
chi ten o mar cammin a vvocc salat ussai, ca simm nir a mità, Yes I Know My Way, ij sto vicin a te, ma tu rest cu me e guardo dai balconi a Napoli si è muort o re
stanott è sunat o telefn e a notizia gira, ij stev nda l’alberg scetat senza rummì
me lasciat ‘mmocc l’amar e chi nun pò fuì, sacc ca si fier e me, mo m’agg fa sntì
o nomm tuoj rimarrà impress in da sti vic, in da sti cap, in da sti disc na canzon amic
grazie per i consigli, mi danno coraggio, voglio dire solo zio Pino mo fai buon viaggio.”

Ecco qui uno stralcio del pezzo col quale il rap partenopeo Clementino ha maggiato Pino Daniele.
Un mentore per un allievo che, però, comunicava con un altro linguaggio musicale.
“Porterò con me i preziosi consigli che m’hai dato, terrò custodito con cura quel regalo che m’hai fatto, così le parole delle tue canzoni saranno trasmesse da generazione in generazione ancora di più. Terrò vivo il tuo ricordo nella mia musica, per sempre, promesso. Ora riposa in pace zio Pino, by: Quel disgraziato mascalzone, come mi chiamavi tu.”
Questa la dedica alla fine del brano, non ha bisogno di reppliche, neanche di commenti.
Clementino dal groove perfetto e da una conoscenza spiccata e colta della musica: un rifacimento di don raffaè e di caruso dimostrano le sue potenzialità.
La musica è una grande giungla dove ognuno può esprimersi a proprio modo combinando le sette note e le parole.

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I lunapop sono maggiorenni: 18 anni di 50 special

I lunapop 18 anni fa festeggiavano il famoso motociclo della piaggio.

Una vespa che scorrazzava per i colli bolognesi e quei quattro adolescenti divennero la boy band del momento.

Ritornello e strofe orecchiabili ben congegnate da Cesare Cremonini

I ragazzi di Bologna riempivano teatri e palasport di ragazzine in delirio.

Il fenomeno finirà poco dopo ma lascerà ai posteri l’estro di un cantautore fresco e mai a corto di idee.

 

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Dai talenti ai talents, cos’è cambiato in vent’anni

Oltre a Giorgia e Laura Pausini c’erano anche loro a farci cantare a squarciagola d’estate: ma nessuno se le ricorda più

Antonella Arancio, Adriana Ruocco, Rossella Marcone, Lighea, Francesca Schiavo, Camilla, Raffaella Cavalli, quando non c’erano i talent ed il festival sfornava talenti.
Voci interessanti con l’unica sfortuna di essere capitate in gara con gente come Giorgia Todrani, Laura Pausini, Irene Grandi.
Generalmente si trattava di testi semplici e arrangiamenti tipici dell’epoca, dove non eccedevano molto i sintetizzatori e si poteva apprezzare ancora il timbro degli strumenti dal vivo.
Lontani dalle logiche comunicative di social sempre più mordi e fuggi, con la consapevolezza che qualcosa stava cambiando.
Era il periodo delle radio che si erano consolidate e potevano far valere il loro peso nel percorso delle canzoni.
Era un’epoca fiorente per la musica che non si era ancora svalutata sin ad offrirsi al libero dominio.
L’attesa dell’uscita di un album era un evento straordinario e l’azione di porre il cd sul carrellino e premere play un rito propiziatorio che ti introudeva nell’ascolto tutto d’un fiato di una musica che, semplicemente. avevi pagato.

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Oggi mi gira così

La playlist di brani che girano nel mio media player.

BRUNO MARS

24k magic

 

ED SHEERAN

Shape of you

 

FIORELLA MANNOIA

Che sia benedetta

 

GIORGIA

Vanità

 

J-AX & FEDEZ FEAT. ALESSANDRA AMOROSO

Piccole cose

 

KUNGS

I feel so bad

 

LP

Other people

 

MICHAEL CALFAN

Over again

 

OLIVER HELDENS ft IDA CORR

Good life

 

PAROV STELAR

All night

 

SIA FEAT. KENDRICK LAMAR

The greatest

 

THE PECHEMODE

Where.s tehe revolution

 

 

 

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Emergenti in emergenza: Sarita Lamparelli

Per la rubrica emergenti in emergenza vi presentiamo questa nuova produzione dell’artista Sarita Lamparelli

Colpisce con una canzone insolita l’artista emergente barese Sarita Lamparelli.

Immensamente: una melodia che riprende le linee di una normale canzone d’amore ma che ha una briciola di originalità che la rende piacevole: si percepisce tutta l’esperienza derl suo autore, Luigi Patruno.

Il distacco si evolve in sentimenti di vuoto e  nostalgia.

L’antagonista è l’orgolgio che mai permetterebbe un riavvicinamento, possibile solo nei silenzi dell’anima che non p uò mentire a se stessa.

E’ scaricabile gratuitamente in rete.

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Selton come volare dal brasile a Milano in meno di un secondo

<La madunina vista dal brasile, col suono delle percussioni e qualche vibrazione rock.

Il progetto Selton nasce a Barcellona ma se lo accaparra un discografico italiano che porta gli amici brasiliani a Milano e nasce “Banana à Milanesa” il primo album.

Arrangiamenti semplici per melodie leggere e orecchiabili che, a volte, rimandano ai Beatles.

Le percussioni ti portano su una spiaggia di Rio ma i suoni elettronici e la chitarra ti riconducono sull’asfalto delle metropoli.

“Amico sai la bossa non ivecchia mai” cantano raccontandosi in una canzone.

Con un volo pindarico fuggiamo nel carnevale al ritmo di una samba caciarona.

“Ma questa sera noi dimentichiamo è carnevale ricominciamo”.

La fuga degli zingari e delle maschere carnascialesche, uno scherzo musicale che non fornisce punti di riferimento.

Cantautoriali, esplosivi, melanconici, tristi, non sai mai cosa aspettarti e l’ascolto diventa una confusione di emozioni, la curiosità e la goduria delle belle soluzioni armoniche.

Ora on rimane che spingere play.

 

 

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Chiara si può osare di più

Emozioni col freno tirato: Chiara con nessun posto è casa mia non dispiace, però, non fa esplodere a dovere la sua potente voce.

La precarietà dell’esistenza è l’incipit del brano: nessun posto è casa mia.

Nel vagabondare di una vita, l’ultima speranza è quella di ritrovare i propri punti fermi.

Una canzone musicalmente non adatta a Chiara, che può dimostrare le sue doti canore solo nei gorgheggi.

 


	
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Compie 41 anni uno dei più bei brani d’amore di sempre: margherita

Margherita come se fosse ieri eppure son 41 anni.

Era il 1976 quando il genio di Cocciante in collaborazione con Marco Luberti scrissero una delle pagine più belle della musica italiana.

Il brano faceva parte dell’album “concerto per margherita”, un concepì album dove la tracklist seguiva una vera e propria trama frammentata nelle diverse canzoni.

Il protagonista folgorato da una creatura che è “un sogno”, “il suo tutto”, “La sua pazzia”, ricorre ai più aulici mezzi poetici per conquistarla.

 

 

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A me me piace o blues, non ce scassate ‘o cazze.

Pino Daniele un bluesman all’ombra del vesuvio, musicista per davvero.

Pino Daniele un musicista che amava fare il musicista.

Ai rotocalchi rosa preferiva le recensioni, al red carpet prediligeva il palcoscenico.

Tutto ciò dovrebbe essere la normalità per chi ha deciso di fare della musica un vero e proprio mestiere.

Il gossip, però, ha fomentato le velleità di artisti mediocri che grazie alla cronaca rosa appagano il proprio ego.

Pino no, a lui piaceva il blues, la musica, a lui interessava suonare.

Con “Terra mia” si apre l’avventura di un giovane napoletano che voleva esprimere la propria creatività.

Lo si percepisce subito  il livello elevato, basta ascoltare i primi brani e viene spazzato ogni dubbio.

La riconferma avviene negli anni seguenti nei quali la qualità si affina, “Je sto vicino a te”, “Je so pazze”, “appocundria” dimostrano la crescita costante dell’artista.

Quello di Daniele è un suono nuovo che si lascia contaminare dai generi, dalle atmosfere e dalle nuove musicalità.

Già nel 1982 con “Toledo” si dimostra la voglia di sperimentare e la maestria di Pino Daniele chitarrista; ma in generale tutto l’album “bella ‘mbriana”, in cui il brano è contenuto,  ha tutta l’aria di essere un capolavoro.

Gli anni ’90 sono quelli più commerciali, ma il genio non si è spento e negli angoli reconditi degli album ci sono pezzi d’assoluta bellezza:

“femmina”, “Sicily”, “Anima”, sono stati coperti dalla ridondanza dei singoli da playlist radiofoniche.

La sua musica, intanto, fa rumore, arrivano le soddisfazioni e le collaborazioni importanti.

Allo stesso tempo, peò, una fetta di fans si distacca contestandogli di aver cambiato genere.

La ricerca di un sound sempre più sperimentale proiettato alla world music non conosce ostacoli e dopo qualche timido accenno si concretizza a pieno nell’album “passi d’autore”.

Un’artigiano di armonie e testi questo è Pino Daniele, un cantautore con la C maiuscola che conosce e gestisce il proprio talento.

Quando le parole non riescono a trasmettere la giusta emozione basta aggiungere un pizzico di sax o una nota più urlata e il gioco è fatto.

“chillo è nu buono guaglione
ma che peccato ca è nu poco ricchione
ha cominciato col vestito della sorella
pe pazzià’
chillo è nu buono guaglione
e vo’ essere na signora
chillo è nu buono guaglione
crede ancora all’amore
chillo è nu buono guaglione
sogna la vita coniugale”

Il cantautore napoletano aveva precorso i tempi e parlava già di matrimoni gay!

Era il 1979!

Al di là delle copertine patinate dei rotocalchi rosa che finalmente hanno potuto far notizia su di lui con i colpi di artigli delle sue donne.

Al di là di una vita uccisa da un cuore che faticava troppo perché voleva amare.

Pino Daniele rimane un pezzo di storia della musica leggera italiana.

 

 


	

Papik: canzonando il jazz

Papik nu jazz in salsa italianam rileggendo Battisti, Martino e Mina

Del progetto musicale Papik colpisce la ricercatezza di suoni e

arrangiamenti: nasce dall’idea di Nerio Poggi: arrangiatore

romano.
L’album d’esordio s’intitola Rhythm of life ed esce nel 2009 a cui

seguono altri lavori, tra cui rivisitazioni di brani di Bruno Martino,

Battisti e Mina.
Groove importante nu jazz con spunti funky, bossa, piacevolissimi.
Un’interfaccia che rende accessibile il jazz, non

banalizzandolo alla stregua del commerciale.
“i love this band and papik is really great”
Questo appare nei commenti youtube: la band ha

trovato spazio in Giappone e in altri parti del globo.

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D.Sabile.j Leo Roots Baccarella, resilienza a ritmo di reggae

E’ un personaggio in vera regola, dai derad alla bravura di selezionare musica “diversa”.

D.sabile.j Leo Roots Baccarella, un personaggio del panorama musicale barese.

Un dj? Non solo.

Se la sua carrozzina a motore “scooter” potesse raggiungere alte velocità avrebbe girato il mondo a cavallo del suo bolide.

Se la musica ti scorre nel sangue allora vivi di musica: e questo è il caso di Baccarella.

Dj alternativo, seleziona brani reggae, rap, hip-hop, ska.

La sua mis con i caratteristici dread lo rende  un mito.

Un simbolo per polignano dove abita, una bomba di resilienza, un ciclone di sfide lanciate dalle parole di una canzone.

 

Gli amici di Cocciante e Zero

L’amico celebrato degnamente da due pregiati cantautori italiani: Renato Zero e Riccardo Cocciante.

L’amicizia è vera quando non si aspetta nulla in cambio, ma al contrario gode nel divenire un punto di riferimento per l’altro.

 

“perche un amico se lo svegli di notte
e’ capitato gia
esce in pigiama e prende anche le botte
e poi te le rida’.”

Cocciante va subito al sodo e non servono reppliche.

Perché un amico non gioca mai a carte coperte e si butta nella rena contro tutti per difendere il suo rapporto unico.

Resta amico accanto a me…

Resta e parlami di lei, se ancora c’è…

L’amore, muore, disciolto in lacrime ma noi,

Teniamoci forte e lasciamo il mondo ai vizi suoi!

Così gli fa eco Renato Zero perché in fondo l’amore può finire ma, l’amicizia quando non finisce, è vera.

 

“non dico che divederei una montagna
per un amico in piu’
ma andrei a piedi certamente a bologna
per un amico in piu’ “

Un legame che attraversa il tempo e le logiche umane per correre lungo la vita.

La solitudine non ci piace e logora in trame assurde che portano la mente a fare giri interminabili, i pensieri si arrovellano in cerchi concentrici sino a giungere a quel punto che non sai risolvere neanche tu: e allora c’è lui la tua parte logica, il tuo riscontro razionale.

“Che fai, se stai lì, da solo!

In due, più azzurro è, il tuo volo!

Amico è bello… Amico è tutto…

E’ l’eternità!

 

E’ quello che non passa, mentre tutto va!

Amico! Amico! Amico!

Il più fico amico, è chi resisterà!”

 

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I giardini che nessuno sa o non vuol sapere

Una composta canzone di denuncia.

Quei giardini che nessuno sa o forse è meglio non sapere: luoghi sconosciuti ai più.

Quanta vita si trascina là, si perde dietro veli di commiserata dimenticanza: “c’è chi dimentica distrattamente un fiore la domenica”.

Mondi paralleli che ci fa piacere non conoscere.

Renato Zero ha avuto lo spudorato coraggio di dedicargli una canzone e cosa ci avrebbe trovato di poetico?

E sì perché all’opinione pubblica ovattata dei salotti buoni non interessa nulla se il sole entra in quei posti regalando un sorriso al volto di quegli ignari ospiti.

La poesia pulsa nella diversità che dimostra la complessità delle condizioni del vivere umano

Un affresco le cui tinte morte colorano comunque la pittura, senza delle quali l’opera d’arte non sarebbe la stessa.

Istituti, collegi, case di riposo dietro i cui portoni c’è vita, se pur diversa dalla nostra.

I fatti attuali ci dimostrano come carnefici con i camici bianchi trasformano quei giardini che nessuno sa in inferni all’aria aperta.

“E poi silenzi”